Asti DOCG vs Prosecco DOC: dolcezza contro versatilità
Da Canelli alle rive del Piave, un viaggio tra due mondi delle bollicine italiane nate dalla stessa tecnica di spumantizzazione. Da una parte l'Asti DOCG, dolce e aromatico fin dal disciplinare; dall'altra il Prosecco DOC, che spazia dall'extra brut al dry e vive soprattutto nell'aperitivo.
Ero arrivato a Canelli a fine settembre, quando le colline del Moscato prendono un colore giallo polveroso e nelle cantine scavate nel tufo l'aria resta fredda anche se fuori il sole picchia ancora forte. Un produttore mi ha versato un bicchiere di Moscato d'Asti appena imbottigliato: bollicine sottili, un profumo di pesca bianca e fiori di tiglio. Qualche settimana più tardi mi sono ritrovato a duecentocinquanta chilometri di distanza, tra i filari che salgono dalle rive del Piave, un calice di Prosecco Extra Dry in mano durante l'aperitivo di una sagra di paese. Stessa famiglia di vini, due mondi diversi.
Una tecnica comune, due destini opposti
Asti e Prosecco DOC condividono il metodo di spumantizzazione: la rifermentazione avviene in autoclave, secondo una tecnica messa a punto a cavallo tra Otto e Novecento dall'enologo piemontese Federico Martinotti e poi perfezionata in Francia da Eugène Charmat. Il disciplinare dell'Asti DOCG, la cui tutela è affidata a un consorzio attivo dal 1932, impone l'uso del solo vitigno Moscato Bianco. Sotto l'ombrello della denominazione convivono l'Asti Spumante e il Moscato d'Asti, classificato come frizzante: la fermentazione viene interrotta prima che gran parte degli zuccheri si trasformi in alcol, così l'alcol effettivamente sviluppato resta contenuto mentre la dolcezza arriva per intero dall'uva.
Il Prosecco DOC nasce invece da uve Glera, che devono comporre almeno l'85% della base. La zona di produzione è enorme rispetto a quella astigiana: nove province tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Dentro questo perimetro va tenuta distinta la Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, denominazione più piccola e più antica, elevata a DOCG nel 2009, lo stesso anno in cui è nato il più ampio Prosecco DOC.
Un dolce e uno secco, con tutte le sfumature nel mezzo
L'Asti, in entrambe le sue versioni, è un vino dolce fin dal disciplinare. Il Prosecco DOC copre uno spettro che va dal quasi austero al morbido: l'Extra Brut scende sotto i 6 grammi di zucchero per litro, il Brut tra 6 e 12, l'Extra Dry, la tipologia più diffusa nei bar italiani, sale tra 12 e 17 grammi, mentre il Dry, nonostante il nome tragga in inganno, è la versione più dolce della gamma.
Due Italie che vendono il mondo
Il Prosecco DOC ha chiuso il 2024 sopra i 660 milioni di bottiglie imbottigliate, per un valore stimato al consumo attorno ai 3,6 miliardi di euro. L'Asti si muove su numeri più contenuti: oltre 90 milioni di bottiglie complessive nel 2024 tra Asti Spumante e Moscato d'Asti, con circa il 90% destinato all'export, soprattutto verso Stati Uniti ed Estremo Oriente.
Sul prezzo, le due denominazioni si somigliano più di quanto ci si aspetti: le rilevazioni di mercato consultate indicano fasce indicative comprese tra 5 e 10 euro per una bottiglia da 0,75 litri di qualità media, per entrambe le denominazioni.
Occasioni che non si sovrappongono
Il Moscato d'Asti lo trovo quasi sempre a fine pasto, versato accanto a un dolce nei mesi freddi. Il Prosecco Extra Dry vive invece nell'aperitivo, nello spritz, nelle serate d'estate. Sono due modi opposti di stare a tavola, nati dalla stessa tecnica e dalla stessa terra italiana.




