Nell'archivio della cattedrale di Casale Monferrato si conservano contratti del Duecento che parlano già di "vitibus barbexinis": ottocento anni dopo, quelle stesse colline continuano a chiamarsi con il nome di questo vitigno. Poche uve italiane possono vantare una storia scritta così lunga e continua.
Origine e storia
Nell'archivio della cattedrale di Casale Monferrato ho visto citare, tra documenti del 1246 e del 1277, contratti di locazione di vigneti piantati con "de bonis vitibus barbexinis": è la prima traccia scritta della Barbera che si conosca, e mi ha colpito pensare che quelle stesse colline, oggi, portano ancora il suo nome sulle etichette. Le testimonianze certe sulla produzione di vino nell'Astigiano arrivano più tardi, nel Seicento, mentre è nel 1798 che il vitigno entra ufficialmente nella prima ampelografia piemontese, redatta dalla Società Agraria di Torino. Fu però l'Ottocento a consacrarlo: la Barbera si diffuse rapidamente in tutto il Piemonte meridionale grazie a una produttività notevole, a un'ottima adattabilità ai terreni e alla capacità di dare vini ricchi di colore e struttura anche nelle annate più difficili. Quando la fillossera devastò i vigneti europei, il reimpianto su piede americano trovò nella Barbera una varietà resistente e generosa, e questo — più di ogni altra cosa — ne moltiplicò la diffusione nei decenni successivi.
Zone di coltivazione
Oggi la Barbera è ovunque, in Piemonte: rappresenta circa il trentacinque per cento della superficie vitata regionale, poco meno di cinquantamila ettari, e non esiste quasi un comune dove non se ne trovi almeno un filare. Guidando tra Asti e il Monferrato si vedono le colline più vocate, quelle che danno i vini più strutturati; scendendo verso Alba, tra Barbaresco e Barolo, il vitigno convive fianco a fianco con il Nebbiolo, spesso sui versanti meno esposti riservati alle varietà più nobili. È insieme al Sangiovese il vitigno a bacca rossa più coltivato in Italia, un dato che dice tutto sulla sua importanza anche fuori dai confini piemontesi. Quello che resta impresso, viaggiando tra queste colline, è la loro diversità di suolo pur nella vicinanza geografica: le marne calcaree ricche di limo e argilla del Monferrato danno vini più austeri, mentre certi versanti più sabbiosi intorno ad Asti regalano espressioni più morbide, quasi immediate al palato.
Profilo organolettico
Nel bicchiere la Barbera si presenta con un rosso rubino intenso, che negli esemplari più evoluti vira verso il granato. Il naso è quasi sempre generoso, con un frutto scuro maturo — prugna, a volte ciliegia sotto spirito — che nelle versioni più ambiziose, penso ai Nizza affinati in legno, si arricchisce di cassis, tabacco, cuoio e un accenno di goudron. In bocca colpisce per l'acidità, tra le più marcate di tutto il panorama enologico italiano: è questa la sua vera firma, quella che la rende capace di reggere il tempo nonostante tannini spesso più discreti rispetto a quelli del Nebbiolo. Il risultato è un vino di corpo, secco, armonico, che nelle versioni giovani si beve con la stessa disinvoltura con cui si beveva nelle osterie di paese, e in quelle più strutturate regge affinamenti lunghi in barrique.
Denominazioni collegate
La denominazione più conosciuta resta la Barbera d'Asti DOCG, che dal 2015 ha visto la sua storica sottozona Nizza diventare una DOCG autonoma, il Nizza DOCG, riservata alle espressioni più concentrate e ambiziose del vitigno. Scendendo verso le Langhe si trova la Barbera d'Alba DOC, che richiede almeno l'ottantacinque per cento di Barbera con un margine massimo del quindici per cento di Nebbiolo, prodotta in un territorio che comprende Alba, Barbaresco, Barolo, Neive e Novello. Completa il quadro la Barbera del Monferrato DOC, più orientata a vini di beva pronta, spesso la prima porta d'ingresso per chi si avvicina a questo vitigno.
Abbinamenti tipici
A tavola, in Piemonte, la Barbera accompagna soprattutto la cucina di terra. Con le tagliatelle al sugo di lepre l'acidità del vino taglia la ricchezza grassa del sugo, mentre con gli arrosti e i brasati — il classico brasato al Barbera stesso, cotto lentamente nel vino — crea un legame quasi circolare tra piatto e bicchiere. Regge bene anche la selvaggina da penna e da pelo, dove il frutto scuro del vino si sposa con le carni più saporite, e trova nei formaggi stagionati piemontesi, dal Castelmagno al Bra duro, un contrappunto sapido che ne esalta la freschezza. È un vino che raramente sfigura: la sua acidità lo rende un compagno di tavola versatile più di quanto la sua fama da "vino contadino" lasci immaginare. Nelle trattorie di provincia che ho attraversato tra Asti e Nizza Monferrato, ho visto la Barbera accompagnare senza sforzo anche gli agnolotti del plin al sugo d'arrosto, dimostrando che sa stare bene tanto nei piatti quotidiani quanto in quelli delle grandi occasioni.
Curiosità
Ancora negli anni Settanta, nelle case e nelle osterie piemontesi, un buon vino veniva giudicato anche da quanto facesse la "camicia": il residuo tannico e colorato che restava sulle pareti del bicchiere o della bottiglia dopo averlo versato, segno — per i contadini che lo bevevano ogni giorno — di un vino sostanzioso, non annacquato. C'è poi una disputa che dura da più di un secolo e che non si è mai davvero chiusa: si dice "il Barbera" o "la Barbera"? La questione ha coinvolto perfino Giovanni Pascoli, Giosuè Carducci e lo scrittore Mario Soldati, senza che nessuno riuscisse a mettere tutti d'accordo — ed è forse proprio questa la prova migliore di quanto il vitigno sia entrato nella cultura popolare, non solo nei bicchieri. Da vino quotidiano da osteria, bevuto senza troppe cerimonie, la Barbera ha attraversato nel Novecento una trasformazione profonda: grazie a vinificazioni più accurate e a un uso più consapevole del legno, è diventata capace di affinamenti lunghi e di una longevità che pochi, fino a qualche decennio fa, le avrebbero riconosciuta.
Temperatura di servizio consigliata
Le versioni più giovani e fresche si servono intorno ai sedici gradi, in un calice ampio che favorisca l'ossigenazione; le Barbera d'Asti Superiore e i Nizza più strutturati, affinati in legno, danno il meglio qualche grado più su, tra i diciotto e i venti gradi.




