Un vitigno che porta nel nome i pali che la sorreggevano e in bottiglia due anime diverse — quella marina dei Campi Flegrei e quella più ampia del Sannio — nate dalla stessa terra campana ma cresciute, nei secoli, in direzioni proprie.
Origine e storia
In famiglia si diceva che il nome di questa vite venisse dai pali di castagno usati per tenerla dritta sul pendio, quelli che a casa chiamavamo semplicemente 'e pali. Non è un ricordo così lontano dalla spiegazione più accreditata dagli studiosi: secondo le fonti più autorevoli, tra cui il Consorzio di tutela del Sannio, il nome Falanghina deriverebbe infatti dal latino falangae, cioè proprio i pali di sostegno della vite. Non tutti però concordano fino in fondo: una lettura minoritaria lega il nome al Falerno, il vino bianco più celebrato dell'antichità romana, di cui la Falanghina potrebbe essere un'erede indiretta, mentre almeno una fonte tecnica internazionale fa risalire il termine al greco falangos, con lo stesso significato di base. Nessuna delle ipotesi ha prove documentali definitive, e l'origine del nome resta materia di discussione tra gli studiosi.
Le prime testimonianze scritte arrivano più tardi: nel 1804 il frate francescano Columella Onorati descrisse la varietà tra le uve della Campania interna, e qualche decennio dopo l'ampelografo Vincenzo Semmola arrivò a catalogare quasi centododici varietà chiamate localmente "falanghina" nelle campagne attorno a Napoli — segno di quanta confusione ci fosse già allora, prima che la genetica moderna mettesse ordine.
E l'ordine, quando è arrivato, ha raccontato una cosa che in famiglia nessuno immaginava: la Falanghina non è una sola pianta. Gli studi ampelografici più recenti riconoscono due varietà geneticamente distinte, che hanno preso il nome dai luoghi dove si sono differenziate nei secoli: la Falanghina Beneventana, del Sannio, e la Falanghina Flegrea, dei Campi Flegrei — due sorelle, non due gemelle, come confermano anche le degustazioni alla cieca condotte in tempi recenti.
Nel Novecento la fillossera e lo spopolamento delle campagne ridussero questa vite a comparsa. La rinascita porta la data degli anni Settanta-Ottanta e un nome preciso: Francesco Paolo Avallone che, a Villa Matilde, alle pendici del vulcano spento di Roccamonfina, si mise in testa di far rivivere l'antico Falerno, rintracciando con alcuni ricercatori universitari i pochi ceppi di Falanghina e Aglianico rimasti nell'Ager Falernus.
Zone di coltivazione
La casa della Falanghina resta la Campania, ma dentro la regione cambia pelle da un terreno all'altro. Il cuore più esteso è il Sannio, provincia di Benevento, terra di argille e calcare dove la vite dà grappoli più generosi. Poi ci sono i Campi Flegrei, la fascia costiera vulcanica alle spalle del golfo di Pozzuoli, dove sabbie nere e brezza marina segnano il carattere della pianta con grappoli più radi. Risalendo verso l'interno c'è l'Irpinia, provincia di Avellino, dove la Falanghina convive con Fiano e Greco. E poi il Casertano, l'antico Ager Falernus alle pendici del Massico, dove il legame con la storia del Falerno si fa più diretto. Qualche filare si trova anche in Molise e nel Foggiano, ma resta un'eccezione rispetto alla vocazione tutta campana di questa vite.
Profilo organolettico
Nel bicchiere la Falanghina si presenta paglierina, spesso con riflessi verdolini quando è giovane. Il naso racconta due storie diverse a seconda della provenienza, ed è qui che si sente davvero la differenza tra le due sorelle di cui si diceva. Quella dei Campi Flegrei ha un profumo più teso, con richiami di agrumi e una sapidità quasi marina e iodata, che con qualche anno di bottiglia può virare verso note di idrocarburo. Quella del Sannio si apre su un ventaglio più ampio: fiori bianchi, frutta a polpa gialla come ananas e pera matura, a volte un accenno erbaceo. In bocca entrambe restano fresche, secche, con un'acidità viva e un corpo medio; a chiudere c'è una sapidità di fondo, più gessosa nella versione beneventana, più salmastra in quella flegrea — probabilmente il tratto più riconoscibile del vitigno, qualunque sia la sua terra d'origine.
Denominazioni collegate
Attorno alla Falanghina la Campania ha costruito un sistema di denominazioni che rispecchia proprio questa doppia identità territoriale. La Falanghina del Sannio DOP copre l'intera provincia di Benevento, con sottozone come Cerreto Sannita e Vitulano che possono comparire in etichetta. La Campi Flegrei DOC tutela la versione flegrea, coltivata sui suoli vulcanici tra Pozzuoli e i comuni limitrofi. Nel Casertano c'è il Falerno del Massico DOC, la cui tipologia Bianco richiede almeno l'85% di Falanghina, in un'area che coincide con l'antico Ager Falernus. In Irpinia la varietà rientra tra le tipologie dell'Irpinia DOC, mentre compare anche come Beneventano IGP e in diverse IGT campane — un mosaico di sigle che racconta quanto questo vitigno sia radicato in territori diversi pur restando sempre riconoscibile.
Abbinamenti tipici
L'acidità viva e la sapidità che accompagnano quasi ogni versione di Falanghina spiegano da sole buona parte dei suoi abbinamenti più fortunati. Con il pesce crudo e i crostacei la freschezza del vino pulisce il palato senza coprire il sapore delicato del prodotto; con una frittura di paranza è invece l'acidità a sgrassare, rendendo leggero il boccone successivo. Il legame più raccontato resta quello con la pizza napoletana: l'acidità della Falanghina regge il confronto con quella del pomodoro, mentre la freschezza alleggerisce la sensazione lasciata dalla mozzarella, soprattutto nelle versioni marinare o con frutti di mare. La versione flegrea, con la sua nota quasi salmastra, trova un compagno naturale nelle ostriche e nei crudi di mare; quella del Sannio, più ampia e rotonda, regge meglio accanto a un primo piatto importante come le linguine alle vongole o a formaggi freschi di bufala.
Curiosità
Una storia che vale la pena raccontare per intero è proprio quella di Villa Matilde: negli anni Settanta Francesco Paolo Avallone, insieme a un gruppo di ricercatori universitari, riuscì a rintracciare pochi ceppi superstiti di Falanghina e Aglianico nell'Ager Falernus, gli stessi terreni descritti dagli autori latini, con l'obiettivo dichiarato di far rinascere l'antico Falerno. Molte fonti indicano oggi questo episodio come il punto di partenza della rivalutazione moderna del vitigno, dopo il lungo periodo di marginalità seguito alla fillossera. Vale la pena ricordare anche l'episodio, meno noto, di Vincenzo Semmola, che a metà Ottocento censì circa centododici varietà diverse chiamate "falanghina" nelle campagne attorno al Vesuvio: un numero che oggi fa sorridere, ma che racconta quanto fosse comune usare questo nome per un'intera famiglia di uve bianche, prima che la ricerca ampelografica separasse le varietà davvero imparentate da quelle solo chiamate allo stesso modo.
Temperatura di servizio
Per le versioni più giovani e fresche, pensate per accompagnare pesce e pizza, la temperatura giusta resta tra i 10 e i 12 gradi. Le espressioni più strutturate, come il Falerno del Massico Bianco o una Falanghina flegrea con qualche anno sulle spalle, meritano qualche grado in più, intorno ai 12-14 gradi, per lasciare aprire meglio il ventaglio aromatico senza smorzarne la freschezza.




