Un viaggio tra le colline vulcaniche del Vulture e i Sassi di Matera per raccontare i tre vini che meglio rappresentano la Basilicata: l'Aglianico del Vulture, il Primitivo di Matera e il Greco che chiude la giornata con freschezza. Tre tappe, tre paesaggi diversi, la stessa terra del Sud che non smette di sorprendere chi la attraversa con calma.
Tra i migliori vini della Basilicata, il primo s'incontra quasi sempre sulla statale che sale da Melfi verso Rionero, con il profilo del Vulture che spunta all'improvviso dietro una curva. Non è una montagna qualunque: è un vulcano spento da centomila anni, e le sue pendici scure raccontano già, prima ancora di stappare una bottiglia, che tipo di vino nasce da queste parti. In una manciata di chilometri la Basilicata cambia pelle più volte — dalle colline vulcaniche del Vulture agli altipiani che scendono verso la Murgia materana, fino all'aria salmastra che arriva dallo Ionio — e in questo tragitto si incrociano i tre vini che meglio raccontano la regione: due rossi di carattere opposto e un bianco che chiude il giro con leggerezza. Chi viene dal Sud, come me, riconosce certe cose a naso: la terra riarsa da un sole che a ottobre scotta ancora, il fumo dei camini che si accende presto la sera, l'odore di mosto che a settembre invade i paesi. Basta questo per capire che qui il vino non è un'etichetta, è un capitolo di vita quotidiana.
Aglianico del Vulture, il rosso nato dalla lava
A Rionero, a Barile, a Ginestra e Maschito le cantine sono spesso scavate nel tufo, sotto le case, dove la temperatura resta costante tutto l'anno senza bisogno di impianti. È in questi budelli di pietra che l'Aglianico del Vulture riposa da generazioni, ed è camminandoci dentro, con la luce di una lampadina che rimbalza sulle bottiglie impolverate, che si capisce perché i vecchi del posto lo chiamano ancora "il Barolo del Sud" — un paragone che sta stretto a entrambi i vini, ma rende l'idea del rispetto che si porta dietro.
Il vitigno aglianico arriva sulle pendici del Vulture tra i 200 e i 700-800 metri di altitudine, piantato su terreni di origine vulcanica misti ad argilla, spesso ancora allevato ad alberello come si faceva prima che arrivassero i filari a spalliera. È una vite tardiva, che matura lentamente grazie a un microclima particolare: le giornate portano il tepore mediterraneo su su fino in collina, le notti restano fresche per l'altitudine, e questa escursione termica tiene viva l'acidità del frutto anche quando la maturazione zuccherina è già completa. Il disciplinare della denominazione, riconosciuta DOC nel 1971 e promossa a DOCG per la tipologia Superiore nel 2010, delimita la produzione a un gruppo preciso di comuni del Potentino, tutti raccolti attorno al cono vulcanico, con densità di impianto che nei nuovi vigneti non può scendere sotto le tremilatrecentocinquanta viti per ettaro: un dettaglio tecnico che dice molto sulla scelta di privilegiare la concentrazione rispetto alla resa.
Vale la pena ricordare che l'Aglianico non è un'uva improvvisata su questo vulcano: gli scavi archeologici della zona raccontano di una viticoltura che qui affonda le radici in epoca preromana, quando le popolazioni indigene già sfruttavano questi terreni scuri per le vigne. Il percorso che ha portato dal riconoscimento DOC del 1971 fino alla DOCG Superiore quarant'anni dopo racconta una storia comune a diversi grandi rossi italiani: un vino che i produttori locali conoscevano bene da sempre, ma che ha impiegato decenni per trovare il riconoscimento istituzionale che la sua qualità meritava.
Nel bicchiere l'Aglianico del Vulture si presenta con un rosso rubino intenso, quasi impenetrabile nelle versioni più concentrate, e un naso che si apre su ciliegia sotto spirito, liquirizia, pepe nero e una nota speziata che con l'affinamento in legno vira verso il tostato e il balsamico. In bocca è un vino che non fa sconti: tannino fitto ma mai ruvido, acidità sostenuta, un finale lungo che si allunga su richiami di sottobosco. La versione Superiore, che richiede tempi di affinamento più lunghi, aggiunge a tutto questo una sfumatura quasi affumicata, minerale, che restituisce fedelmente il terreno da cui arriva. È un rosso che chiede tempo — in cantina e nel bicchiere — e trova la sua dimensione naturale accanto a un piatto di carne alla brace, a un ragù di carne di maiale nero lucano, o a un pecorino stagionato che tenga testa al tannino senza scomparire.
Il Primitivo di Matera, il secondo rosso che guarda allo Ionio
Da Rionero a Matera cambia tutto, e ci si mette un paio d'ore a rendersene conto: le colline vulcaniche lasciano il posto agli altipiani della Murgia, poi ai calanchi, poi finalmente ai Sassi scavati nella roccia calcarea, con quella luce bianca e accecante che nel primo pomeriggio rende difficile tenere gli occhi aperti. È un paesaggio già mediterraneo, aperto verso lo Ionio, e infatti il secondo rosso lucano che merita un posto in questa guida nasce proprio qui, nella denominazione Matera, istituita nel 2005 e allargata a tutta la provincia, dalle colline interne fino alla fascia costiera.
Sotto l'ombrello della Matera DOC convivono sei tipologie diverse, ma è il Primitivo — che nel disciplinare deve arrivare almeno al novanta per cento in composizione — a raccontare meglio il clima più caldo e ventilato di questa parte di Basilicata rispetto al Vulture. È un'uva che ama il sole diretto e i suoli calcarei, e che qui matura con un grado alcolico più generoso, tannini più morbidi e un frutto che vira dalla ciliegia matura alla prugna, con richiami di spezie dolci e a volte di liquirizia nera. Rispetto all'Aglianico è un rosso più immediato, meno spigoloso nei primi anni, pensato per essere bevuto senza attendere decenni in cantina, anche se le versioni più strutturate reggono comunque qualche stagione di affinamento.
Il Primitivo materano si sposa bene con la cucina di terra della zona: agnello alla brace, legumi conditi con olio nuovo, i peperoni cruschi fritti che qui si sgranocchiano come fossero patatine. È un vino che si beve volentieri anche a temperatura leggermente più fresca rispetto a un rosso strutturato del Nord, complice il caldo che a Matera si sente diverso, più secco, quasi mediorientale nelle ore centrali della giornata. Camminando tra i vicoli dei Sassi, con le cantine scavate nella roccia che un tempo ospitavano famiglie intere insieme agli animali, si respira la stessa economia di mezzi che ha reso questo vino un compagno quotidiano più che un'etichetta da occasione speciale.
I Sassi di Matera, oggi patrimonio protetto dall'Unesco, per secoli sono stati anche questo: un sistema di grotte e ambienti scavati nella roccia dove convivevano abitazioni, stalle e cantine, in un equilibrio dettato dalla necessità più che dall'estetica. Capire questa storia aiuta a capire anche il vino che ne esce: il Primitivo di Matera non nasce come etichetta pensata per stupire, ma come bottiglia da tavola, robusta e generosa, coerente con un territorio che ha sempre dovuto fare i conti con un clima caldo e con risorse limitate.
Il Greco di Matera, il bianco che chiude il viaggio
Il terzo vino arriva la sera, quando il caldo cala e i Sassi si accendono di luce dorata riflessa dalla pietra. È il momento giusto per un bianco, e la Basilicata ne ha uno che porta ancora il nome di Matera: il Greco, che nella stessa denominazione deve contenere almeno l'ottantacinque per cento dell'omonimo vitigno, coltivato sulle stesse colline calcaree che danno il Primitivo, ma con esposizioni pensate per preservare freschezza e acidità nel grappolo.
Nel bicchiere si presenta giallo paglierino, a volte con riflessi dorati se l'annata è stata particolarmente calda, e regala un naso che ricorda la pesca bianca, i fiori di ginestra, una punta di agrume che richiama il limone non ancora maturo. Al palato è pieno ma mai pesante, con una sapidità che tradisce la vicinanza al mare Ionio e una chiusura leggermente ammandorlata che invita al sorso successivo. È un vino che in Basilicata accompagna volentieri il pesce di giornata quando arriva dalla costa metapontina, ma regge senza sforzo anche un tagliere di formaggi freschi o una parmigiana di verdure estiva, grazie a un'acidità che pulisce il palato senza mai risultare tagliente.
Accanto al Greco di Matera vale la pena ricordare, per chi vuole allargare l'esplorazione dei bianchi lucani, la Malvasia Bianca di Basilicata, un vitigno autoctono che nella versione secca regala profumi più aromatici e speziati, coltivato un po' ovunque nella regione e spesso vinificato all'interno della più ampia denominazione Basilicata IGT, che lascia ai produttori margine per sperimentare anche con varietà internazionali senza perdere l'impronta del territorio.
Tre vini, tre paesaggi diversi eppure a un'ora o due di macchina l'uno dall'altro: il Vulture con la sua terra scura e il rosso che chiede pazienza, Matera con il suo Primitivo solare e il Greco che profuma di sera d'estate. È un itinerario enologico piccolo sulla carta ma denso di sfumature, il genere di viaggio che si racconta meglio con un calice in mano che con una guida turistica sottobraccio, e che restituisce bene quanto la Basilicata, terra spesso di passaggio per chi va altrove, meriti invece una sosta più lunga.




